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Giovanni Anselmo. Povero Concettuale

Per Espoarte



10/6/2016

Giovanni Anselmo. Povero Concettuale

Giovanni Anselmo, al Castello di Rivoli, ha optato per un profilo basso con opere più prossime alle ricerche dell'Arte Concettuale che alle intuizioni più brillanti dell'Arte Povera, estrapolando dalla metafora dell'appiattimento gravitazionale, principio formale di molti suoi lavori, la stentata, seppur significativa, penetrazione del luogo.

La sala della Manica Lunga che ospita la mostra anselmiana accoglie il visitatore in un'atmosfera rarefatta e brutalmente ordinaria, tanto da potersi identificare con la fisicità neutra del luogo stesso. L'operazione è, d'altra parte, giustificata dall'Autore con l'intenzione di rimarcare, “in un’epoca sovraccarica di immagini e prodotti, l’importanza dell’essenzialità sia nell’arte sia nella vita”. Intento obsoleto e destinato al fallimento, come si è sempre verificato in arte. Nella subitanea visione d'insieme ci si accorge della presenza di qualche oggetto diradato, ma la sensazione di vuoto avverte subito che, per appagarci della mostra poverista, dovremmo placare i sensi fino a conservarne un'intensità appena sufficiente a non perdere il contatto fenomenologico con l'ambiente, e attivare quindi la modalità intellettuale della comprensione. Una sola opera al centro del lungo corridoio conserva i connotati poveristi nel corpo orizzontale, amorfo ed affimero della sabbia, mentre la solidità dei blocchi di pietra è di nuovo schiacciata sull'orizzontale bassa della percezione nel gioco di proporzioni innescate con l'ampiezza del contesto, che ne sterilizza l'umiltà gravitazionale. Gli elementi si connettono con le forze fisiche ed astronomiche della natura che orientano l'ago di una bussola, sollecitando il pensiero a proiettare le curve elettromagnetiche per completare il disegno dell'opera, la cui materia è però esigua e all'apperenza isolata e come smarrita nello spazio troppo ampio. La stessa premeditata insufficienza caratterizza la serie dei piccoli paesaggi anòdini al tramonto, tutti identici, con l'orizzonte basso e un sole incapace di scaldare sospeso poco sopra. Tra i molteplici sensi ed effetti della ripetizione, a partire dalle riflessioni di Walter Benjamin, sarebbe impegnativo il collaudo per individuare lo specifico di quest'opera seriale in uno spazio che non aspira alle dimensioni di un saggio.

Altri oggetti disseminati in mostra con studiata casualità sono dei proiettori che tracciano la scritta luminosa della parola “particolare” in vari punti dell'ambiente, in tal modo inglobato nel volume dell'opera. Solo l'attenzione specifica circoscrive i dettagli individuati dall'Autore, poiché l'assenza di perimetri che delimitino una cornice discreta intorno alla parola lascia espandere il “particolare” fino all'intero orizzonte fenomenologico che ci comprende, incluso a sua volta nell'idea di infinito. Viene così a prodursi la saldatura dell'infinito nel corpo finito dell'opera cui anelavano i romantici. Questi, però, non intendevano certamente il simbolo artistico come un segno linguistico, la cui assunzione da parte di Giovanni Anselmo immette l'opera nel regno dell'Arte Concettuale. Il simbolo, investito dall'Arte Romantica del potere di riconciliazione di uomo e universo, è qui messo in atto mutuandolo dall'ordine semiotico del linguaggio, come se il voto di povertà dell'arte avesse prodotto la stessa ascesi disincarnata e la stessa moriticazione della materia cui anche il Minimalismo, obiettivo polemico originario dell'Arte Povera, pervenne quando le sue riduzioni moderniste defluirono nella sfera discorsiva dell'Arte Concettuale. Le tautologie sparse nella sala, proposizioni analitiche sovrascritte al reale trasformato in referente, che impegnano la parte più cospicua dell'esposizione e che trasfigurano l'intero ambiente semivuoto in opera, non sono l'invenzione più propriamente creativa di Giovanni Anselmo. Tuttavia, la documentazione di una parentesi sperimentale che avvicina l'Arte Povera al concettualismo risulta istruttiva, mentre, nel contempo, la citazione dell'ossessivo uso del linguaggio nella corrente antagonista, impegnata nella ricerca della verità analitica in arte per compensare il complesso di inferiorità sentito in rapporto alla precisione scientifica, assume la caustica e ironica posa di una parodia dissacrante da parte dell'Artista poverista.

 

 

 

 

 

 

 

 


È peculiare all'Arte di inventare menzogne che elevano il falso alla più alta potenza affermativa. Gilles Deleuze.