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Esodi e Conflitti: in fuga per Calais, in fuga da Calais

Per Espoarte



13/4/2017

Esodi e Conflitti: in fuga per Calais, in fuga da Calais

Due artisti e due fotografi di guerra si incontrano in un’esposizione presso la sede torinese della Film Commission raccontando l’esperienza vissuta entro le regioni colpite dai conflitti e nell’area, storicamente complementare, della “giungla” di Calais, sulle cui coste, dalla terra s’infrange il miraggio dei migranti di raggiungere l’Inghilterra.
Le zone di guerra sono contorni della violenza localizzata nella storia e annidata nella stessa umanità che la subisce. Il fuoco incrociato fa parte di un rituale perenne, dotato di una bellezza sinistra che raffina l’uomo fino alle sue immagini fuori dal tempo, divaricate tra la ferocia e un’esausta umiltà, tra un fucile imbracciato e la vittima in ginocchio, tra il bombardamento aereo e le famiglie senza identità che affrontano la miseria di un viaggio per la salvezza.
Il reportage e l’intervento artistico, se dimentichi della giusta misura di accesso alla tragedia, rischiano di mutarsi in ingerenze, mentre addolciscono il caos rendendolo visibile. A questa istanza di dialogo con le vicende umane più estreme hanno dovuto guardare i quattro autori, per tradurle in messaggio di verità. Il documento deve essere il più sincero e crudo possibile. L’opera d’arte non può concedersi svaghi estetici, allegorie astratte o azioni non perfettamente integrate.
In questa unità d’intenti tra artisti e fotografi le rispettive esperienze si sono avvicinate, permettendo all’arte di non indulgere troppo al meraviglioso, e al documento di narrare con dolcezza allusiva.
Diego Ibarra Sànchez individua nelle rovine degli edifici scolastici la minaccia più infausta gravante sul futuro, poiché riguarderà la crescita delle nuove generazioni in totale assenza di una formazione strutturata a garanzia dello sviluppo di un pensiero libero, immune dall’oppressione imposta dall’indigenza, dalla paura, dalla sensazione che l’odio sia un destino soverchiante le volontà delle singole vite, dal rancore. In contrasto con le rovine e le escoriazioni da proiettili nei muri, il vocìo e gli occhi attenti all’apprendimento degli allievi scomparsi ispirano quasi un sentimento di tenerezza incorniciato nell’angoscia.
L’altro fotografo in mostra, Fabio Bucciarelli, coglie la disperata energia tensiva dell’ultima scelta possibile depositata al fondo della vita: quella della fuga. Uomini e donne trasfigurano nelle loro immagini universali, come solo l’occhio artistico è in grado di fare grazie alla sua capacità idealizzante. La perdita delle specificità individuali contrasta con la tipica precisione della fotografia, ma lascia apparire sentimenti che, trovandosi nel fondo adombrato in ognuno, annullano la distanza, unendo, per le sensibilità sottili, l’emozione percepita al dolore vissuto altrove.
Le fughe, per dirla in termini deleuziani, sono flussi di deterritorializzazione alla cui legge organica il corpo dell’umanità è sottoposto per conservarsi e rigenerarsi, lasciando migliaia di cellule morte nel vecchio territorio infestato dal cancro della guerra originatosi nello stesso corpo. I flussi disseminano a caso fino ad innestarsi in territori di salvezza o a confluire contro ostacoli che forzano la riterritorializzazione, dove commuovono la forza vitale di adattamento e l’inesausta e immanente dote del sorriso. A Calais, purgatorio dei migranti, la fuga rimane sospesa.
Opera Viva di Alessandro Bulgini è un’estensione del readymade nella dimensione dello spirito. Non si tratta più di estetizzare corpi nella sfera culturale, ma di aprire relazioni con vite cariche di esistenza. Opera Viva è sì un’opera partecipata, ma nella direzione inversa: non il progetto di un Autore che invita gruppi inesperti a fare esperienza dell’Arte, ma un artista che chiede di farsi ammettere entro il margine fondamentale della vita dimenticato dalla civiltà, con la cura dell’osservatore partecipante mutuata dagli studi etnografici. Il sogno di risolvere il problema dell’attraversamento della Manica spostando l’Europa verso le coste della Gran Bretagna con degli aquiloni, diventa il gioco creativo fatto proprio dai migranti arenati nell’area ibrida di Calais, dove il loro nomadismo immortale si è interrotto mostrando l’eterna abilità a riorganizzarsi sulla base di una relazionalità naturale.
L’idea di Gian Maria Tosatti insiste maggiormente sulla simbolizzazione. Essa sembra passare letteralmente e metaforicamente sulle teste del villaggio neoprimitivo di Calais con un arcobaleno la cui realizzazione avrebbe richiesto negoziati politici ed economici con le Amministrazioni. Anche i progetti esposti come disegni preparatori non tengono apparentemente conto della compagine umana condensata nell’area, assente nelle linee che tracciano approssimativamente il villaggio in modo affatto impersonale. L’attuazione del progetto, tuttavia, avrebbe costituito il riconoscimento ufficiale successivo ai negoziati da parte delle istituzioni, che hanno solamente controllato il fenomeno fino al momento in cui il suo occultamento non è stato più possibile. L’opera di Tosatti, costretto al compromesso con la politica, che non solo ne ha negato il compimento, ma è passata alla cancellazione dell’agglomerato spontaneo di Calais, avrebbe sancito, per mezzo di un segno, la sua reale esistenza, anche postuma.
 
 
 
Diego Ibarra Sánchez, Hijacked Education, Pakistan 2013
 
 
 
 
 
Alessandro Bulgini, OPERA VIVA
 
 
 
Alessandro Bulgini, OPERA VIVA
 
 
 
 
 
Alessandro Bulgini, OPERA VIVA
 
 
 
 
 
Diego Ibarra Sánchez, Hijacked Education, Pakistan 2013
 
 
 
 
Fabio Bucciarelli, The Dream, 2015
 
 
 
 
 
Fabio Bucciarelli, The Dream, 2015
 
 
 
 
 
 
Gian Maria Tosatti, Histoire et destin – New Man’s Land (Rainbow), 2016. Foto Roberto Marossi. Courtesy Galleria Lia Rumma, Milano - Napoli 
 
 

È peculiare all'Arte di inventare menzogne che elevano il falso alla più alta potenza affermativa. Gilles Deleuze.