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Ed Atkins. Il soggetto infranto tra desiderio e fobia virtuali.

Per Espoarte



28/09/2016

Ed Atkins. Il soggetto infranto tra desiderio e fobia virtuali

 

Nelle sale di Fondazione Sandretto e Castello di RivoliEd Atkins attua una serie di spiazzamenti che spostano la normale percezione in una dimensione carica di sovreccitazione sensoriale, allegorizzando la crisi del soggetto tra inquietudini, isolamento e desiderio disfunzionale composti in videoambienti per esperienze immersive ed estasi sintetiche.

Negli unici momenti in cui il soggetto sembra, all'apparenza, ancora integro, i protagonisti dei video languono in una melanconia senza scampo, chiusi nell'autismo delle proprie fratture psichiche. La crisi ne è divenuta condizione esistenziale, perdendo il senso più positivo di cambiamento e stagnando in un ciclo continuo di ripetizioni del trauma senza superamento. Quei momenti malinconici sono una lancinante frammentazione della psiche in cui diventa palpabile lo stato di alienazione e solitudine: in una stanza da letto priva di calore, tra una sigaretta lasciata incenerire insieme alla vita e l'alcool che la stempera nell'oblio.

Ed Atkins registra in visioni e suoni le fratture della personalità, dove soprattutto le sollecitazioni visive sono dettagliatamente intensificate all'interno di un'allucinazione da sostanza psiocotropa esasperata nei ritmi spezzati e ripetitivi, nelle litanie cupe, nel linguaggio disarticolato. Le scene scorrono per frammenti impedendo la ricomposizione unitaria. La coscienza resta intrappolata e lacerata entro turbamenti che si propagano dai simboli del desiderio sessuale e dei sintomi dell'impotenza alle fobie, alla fissazione sulla morte invocata e differita all'infinito nel montaggio delle immagini.

La regia delirante di Atkins sviluppa appieno le potenzialità del video, distinguendolo, sotto un'ottica formalista, dai più consueti e ordinari media di immagini. Anzi, unisce e fonde insieme in un collage-palinsesto segni visivi provenienti dal cinema, dalla fotografia, dal videclip musicale, perfino dalla pittura secondo un cortocircuito che richiama gli stili in simbiosi con la comunicazione di massa, come nel caso di Ed Ruscha. Una postmedialità che specifica il linguaggio dell'opera video.

Anche le modalità di esposizione mediatica assumono un ruolo attivo nella costruzione del significato – o nella decostruzione del soggetto. Nella videoinstallazione Safe Conduct gli schermi centrali pendenti dal soffitto e disposti in modo tale da offrire una visuale circolare trasformano la sala della Fondazione Sandretto in uno dei nonluoghi di Marc Augé: luoghi di transito, non identitari, come le sale d'attesa degli aereoporti che proiettano a ripetizione messaggi pubblicitari tra le informazioni dei voli, mentre i nomadi contemporanei attendono di raggiungere altre località da abbandonare. Una provvisorietà sovrapposta allo spazio espositivo, privato dell'esperienza della contemplazione e designato, oramai, al consumo effimero. I video mettono in scena, con una mise en abyme, il soggetto bloccato proprio in uno di questi luoghi di transito, tra aree d'attesa inquietanti e checkin dove il corpo è finalmente reso funzionale alla sicurezza e idoneo alla scansione e alla perquisizione anatomica divisa per sezioni, liquidi e secrezioni.

Nelle sale di Rivoli lo spaesamento è attuato dagli schermi paralleli su cui sembrano scorrere le stesse sequenze. L'osservatore deve perdere il proprio centro, spostarsi lateralmente per cogliere le ambigue e ingannevoli differenze tra i video e fondere lo spazio nella comprensione dell'insieme differenziato.

Tra i vari sparpagliamenti del soggetto e i suoi disordini traspare una forma morbosa di affezione che si traduce in una richiesta di empatia, una parola che compare tra le schegge di pensiero e linguaggio deflagrate sugli schermi. Ma più che sortire intima comprensione, le videoinstallazioni hanno l'effetto ipnotico di attrarre i visitatori nella loro dimensione patologica, di assorbire le menti in un luogo che non è loro proprio, di provocare una crisi della presenza tra prossimità sensoriale e lontananza della realtà dal virtuale, perché l'identificazione è impossibile, il soggetto nei video non è un umano, ma un costrutto che imita le nostre affezioni e le ricodifica nella libertà plastica dello spazio cibernetico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


È peculiare all'Arte di inventare menzogne che elevano il falso alla più alta potenza affermativa. Gilles Deleuze.