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Davide Balliano: Spirali tecniche del tempo ottico

Per Espoarte



14/6/2017

Davide Balliano: Spirali tecniche del tempo ottico

 

Luce Gallery espone l’opera pittorica di Davide Balliano, artista torinese tornato in Italia da New York, dove risiede da dieci anni, in occasione della sua mostra personale che raccoglie una dozzina di lavori dell’ultima produzione. Le accurate e raffinate composizioni a fasce nere, ad un tempo espressione di un ordine maniacale e sfasate, sensuali e macchinali, si rivelano, superata l’aggressione optical dello sguardo, un concentrato di temporalità diverse.

Le tele di Balliano investono l’occhio provocandogli un’eccitazione che contrasta con la loro severa e regolata fissità monumentale. Gli effetti di tale frenesia visiva, indotta dalla tessitura delle linee, danno luogo ad un’aberrazione ottica che rende incorporea la visione dei dipinti, tesa tra il piano perfettamente bidimensionale dell’astrazione e lo scivolamento continuo della messa a fuoco oculare verso il centro delle spirali e nella transizione ravvicinata dei vuoti e dei pieni. La riduzione alla pura dimensione ottica lega, dunque, opera e sguardo in un istante presente e compatto entro il quale prende corpo il fenomeno della vista, ovvero l’insorgenza stessa della percezione nel suo immediato accordo tra la realtà dello stimolo sensoriale e l’organo deputato a riceverne i segnali.

Le superfici sono dominate da un’ornamentazione estrema, ripetuta e mantrica che riattiva le difese primitive dell’astrazione contro la pericolosità del mondo esterno. Davanti all’intricato avvicendarsi dei fenomeni, spiegava Worringer, l’uomo si rifugia nell’interiorità, sviluppando, altresì, lo sforzo magico-formale di isolare e astrarre gli eventi dal loro contesto caotico, rendedoli necessari e inalterabili. Le linee diventano, in tal modo, la rappresentazione radicale e controllata di forze primordiali, precipitata nel modello primario della spirale. In questa figura rifluiscono concentricamente preistoria e futuro, il passato che riaffiora al presente preannunciando l’avvenire già accaduto, ritualizzati in vortici di decorazioni totemiche.

L’attenzione precisa dell’artista per una stesura pittorica impersonale e meticolosa, piatta e metodica, rivela la nostalgia umana per la perfezione della macchina, la cui esattezza realizza l’aspirazione primitiva al dominio sugli elementi. La serialità meccanica porta a compimento, rispecchiandosi in questo desiderio di forma, la pulsione psichica della coazione a ripetere, che, nel quadro delle teorie psicanalitiche, spinge al decadimento della vita verso l’inorganico e la morte. La fuga dal disordine per la ricerca del controllo totale condurrebbe, dunque, alla cancellazione fatale della vita stessa come quota dell’imprevedibilità della natura annidata anche nell’uomo.

Entro il campo umanistico della pittura, Balliano simula il meccanico nello sforzo di ridurre lo scarto tra biologico e tecnologico. Qualche imprecisione, la cancellatura incompiuta degli avanzi della produzione seriale, il graffio sulla superficie vinilica, sottile accidente nell’omogenea campionatura dei piani, affrancano lo spirito dal bisogno di astrazione, incidendo spiragli per il ritorno della vita attraverso l’imperfezione e la casualità indomabili. Inoculando vita nel ritmo serrato dei segni, il caso produce fortuiti episodi di microredenzione dal controllo totale grazie all’incidente, all’errore, alla sfasatura, all’inclinazione della simmetria che altera l’integrità dei codici.

A partire dall’istante concentrato della percezione sensoriale, espandendosi nel rituale del segno astratto riportato in vita al centro dell’ambiente automatizzato, ed estendendosi poi nella profezia della libertà dal dominio seriale in un evo posturbano e neospirituale, il tempo prende forma riavvolgendosi nelle proprie spire, codificato ed elegante, fluido e digitale, denso oltre l’immagine della processione ritmica dello spazio.

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 

È peculiare all'Arte di inventare menzogne che elevano il falso alla più alta potenza affermativa. Gilles Deleuze.