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9/8/2017

Filippo di Sambuy. Svasti: segno e purificazione

L’assonanza tra luogo, immagine e distensione sacra dell’opera di Filippo di Sambuy nel sagrato del Duomo di Cortona, sede di un Museo Diocesano esaltato da opere quali il Compianto sul Cristo morto di Luca Signorelli, un Cristo in croce del senese Lorenzetti, dalla magnificenza mistica dell’Annunciazione del Beato Angelico, è l’occasione per ripensare il rapporto tra le pratiche dell’Arte Contemporanea e la domanda spirituale sull’uomo, vivificando a nuova luce il raccoglimento intimo che ha per cornice la specificità della storia in atto mentre volge l’ascolto al cuore segreto della nostra presenza nel tempo.
Gli avvenimenti del secolo scorso hanno fatto in modo che un simbolo arcaico come quello della svastica diventasse universalmente noto per la sua associazione al male nazista. Talmente grave ne è stato l’abuso propagandistico da parte del nazionalsocialismo, e ridondante la retorica della memoria affinché nella coscienza collettiva il divieto del ripetersi della tragedia diventasse un imperativo categorico della storia umana, che solo una più imponente catastrofe potrebbe far dimenticare il simbolo, liberarlo dall’automatismo semantico che lo lega all’imperialismo disumano di quella particolare vicenda storica per nasconderlo sotto nuove macerie e restituirlo, così, alla sua autentica fecondità spirituale. Tuttavia, per sciogliere il perverso intreccio tra svastica e regime nazista, sarà efficace solo un altro dolore più acuto, che nella distruzione trascini anche la memoria del significato recente? Perché il segno della croce uncinata è antico, sacro per la spiritualità indù, nell’ordine della quale il termine svastika dava il senso propiziatorio di benessere e prosperità. L’emblema appartiene alla matrice simbolica prossima alla genesi stessa della conoscenza umana, quando il fiorire della coscienza del mondo e dell’invocazione alle sue potenze creava contemporaneamente i nomi primordiali delle cose e le primitive rappresentazioni del mistero cosmico.
Filippo di Sambuy, che dell’attenzione all’antico e a una scienza recondita e senza tempo ha fatto una poetica dialetticamente confinante con la prassi dell’Arte Contemporanea, le cui strategie sono per lo più riconducibili al campo semiotico e mediatico, medita la traccia di una comprensione non distratta dell’antico simbolo, rammemorandone l’originaria formazione con l’opera site specific Svasti. La svastica è certamente segno di qualche cosa, ma non con la funzione di significante per indicare una realtà storica, tanto meno la bandiera del Terzo Reich. Essa, pur attestata nella cultura di varie civiltà antiche e moderne, non è suscettibile di una traduzione linguistica, poiché la sua geometria rientra tra le figure mitologiche che cercano di esprimere, piuttosto, un’idea come causa formale del cosmo. Ed è in questo senso che l’Oriente le ha attribuito il valore simbolico del disco solare, occhio dell’Universo a cui restituire lo sguardo per elevarsi al di là della manifestazione terrena dei fenomeni, e da cui sorge, secondo il pensiero premoderno, la danza della realtà, il moto di tutto quanto avanza nell’apparente esistenza. Intorno al proprio centro, Filippo di Sambuy fa roteare il simbolo della svastica ri-muovendolo metaforicamente e letteralmente dal significato linguistico recente per deporlo presso l’insorgenza del sentimento sacro, in un luogo appartato e separato dallo svolgersi quotidiano del tempo. Per questo lo ricostruisce direttamente a terra, adagiato, quindi, immediatamente a fiore del piano dell’esistenza, sulle fondamenta comuni a tutte le religioni e modellato nella durata effimera tipica di ogni mandala, che non fissa alcun significato, ma riprende l’infinita variazione dell’ordine cosmico.
Il lavoro di Filippo di Sambuy ricorda costantemente che la funzione primaria dell’immagine non è quella di apparire il tempo sufficiente al suo consumo, come pure avviene nella contrita spettacolarizzazione della seconda guerra mondiale. Il simbolo della svastica inabissa la propria origine in un tempo e in una causa mitica che restano ignoti. Ed è precisamente a partire da questo senso impenetrabile dell’essere che l’Autore riallinea il moto vorticoso del simbolo sull’asse cosmico che unisce l’uomo al sole. Sambuy conferma, dunque, un modo d’uso del segno-immagine che si porta indietro rispetto alla sua circolazione globalizzata, preso in profondità nel divenire piuttosto che nell’opaca natura falsificabile del traffico delle informazioni.
 
 

Filippo di Sambuy. Svasti
a cura di Liletta Fornasari
voluta dal Comune di Cortona e realizzata grazie al sostegno di Paola Butali, ideatrice di Arte Cerreta

Dal 16 luglio 2017

Piazza del Duomo di Cortona (installazione pavimentale)
Museo Diocesano – sala Luca Signorelli (progetto preparatorio dell’opera)

 

 

 

 

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
7/7/2017

Piero Gilardi: Rivolta per i diritti del Vivente

 

Intervista di Michele Bramante

Fin dagli esordi con l'Arte Povera, Piero Gilardi ha fatto del potere che l'uomo può esercitare sul mondo un agente a protezione della nuda vita in sé, destinato a diventare immediatamente politico nella dimensione relazionale tra gli esseri viventi. La sua ideologia si situa, quindi, entro una giurisdizione bioetica volta a contrastare l'abuso della forza perpetrato sulla natura. Il MAXXI di Roma racconta, ora, cinquant'anni di ricerca inscindibili dalla responsabilità militante, preludendo a nuovi importanti riconoscimenti...

La mostra personale al MAXXI si articola in quattro sezioni tematiche variamente intersecate con la tua storia creativa, dagli anni Sessanta ad oggi. Presto sarai protagonista anche al Beaubourg e al Reina Sofia. Hai in mente progetti particolari?
La mostra Nature Forever, in corso a Roma, nasce da una mia proposta di mostra intitolata Biopolitique che avevo avanzato al direttore del Pompidou Bernard Blistene e che riuniva l’insieme delle mie esperienze nel campo dell’arte e della militanza ecologista. Per la prossima tappa della mostra è mia intenzione tornare a discutere la formula originale con il conseguente riassetto degli elementi da esporre. Sono consapevole del fatto che non sarà facile accordarsi su questa specifica tematizzazione perché oggi i direttori di museo considerano le proposte degli artisti meno importanti di altri criteri, come la spettacolarità “popolare” delle mostre ed il consenso del mercato artistico.

La natura è politica in quanto oggetto di scelta etica in ragione del potere che possiamo esercitare su di essa e delle conseguenze per l'uomo. Sappiamo, però, che in questo modo la natura diventa cultura. È giusto pensare a un disarmo tecnologico per "lasciar essere" la physis, come auspicava Heidegger, o scienza e arte devono farsi carico di un'azione costantemente attiva sulla natura?
Si dovrebbe parlare, più giustamente, di ecologia politica anziché di natura, perché la natura o la viviamo fisicamente – con la nostra parte animale – o la rappresentiamo nella dinamica della cultura antropica. Non condivido la posizione di Heidegger sul “lasciar essere” la physis perché abbiamo la responsabilità di imparare a convivere e coevolvere con il pianeta terra e con il suo bioma. Questa responsabilità non nasce solo dell’aver “stuprato” il pianeta nella nostra era industriale e tecno-scientifica, ma da tutta la vicenda dell’homo sapiens che da 200.000 anni cannibalizza e stravolge gli ambienti terrestri e tutti gli esseri viventi. Le tecnologie immateriali e biogenetiche andrebbero impiegate, con un preciso discrimine, per contribuire a riparare i guasti perpetrati sulla biosfera.
Dire che l'uomo sta distruggendo la natura non è forse troppo presuntuoso da parte nostra? Una colpevole irresponsabilità sta rompendo l'ecosistema di un pianeta; tuttavia, esso non resta del tutto insignificante su scala cosmica? Questa visione catastrofica non pecca ancora di antropocentrismo?
Penso che il dibattito odierno abbia chiarito le dispute sul fatto che non possiamo distruggere la terra, in quanto essa è un elemento duraturo del sistema cosmico. Oggi si discute con la nuova ottica dell’Antropocene, che mette in evidenza come l’umanità inferisca sul pianeta come una vera e propria “forza geologica”. I depositi di carbonio del sottosuolo sono stati svuotati, la composizione chimica degli oceani stravolta e il Polo artico si sta sciogliendo, come è stato scritto da Elizabeth Kolbert nel suo libro “La sesta estinzione” (Neri Pozza, 2017). La Kolbert cita tra l’altro le ipotesi progettuali di una serie di tecno-scienziati che auspicano la costruzione di satelliti artificiali da collocare nello spazio, quando la terra sarà diventata invivibile per tutti gli esseri viventi, vegetali compresi. Noi ci preoccupiamo, non con atteggiamento antropocentrico, del futuro di miliardi e miliardi di animali e di piante destinati a morire ed estinguersi se oggi non cambiamo i fattori antropici del collasso ecologico.

Insieme a Beuys sei stato antesignano, forse, di un'estetica che ha adottato la comunità come medium per modellare plasticamente le relazioni tra soggetti. Che forma ha l'ambiente sociale che stai tentando di plasmare all'interno di laboratori creativi e partecipativi come il PAV?
La dimensione relazionale e comunitaria che si pratica con le attività del PAV corrisponde alla nuova logica esistenziale che tutta la società umana dovrebbe iniziare a praticare, a cominciare dalla trasformazione delle odierne istituzioni politiche locali e globali. Abbiamo alle spalle dei millenni di formule sociali improntate alla metafisica cannibale della civilizzazione occidentale e la bioarte odierna, come quella attuata al PAV, promuove la sperimentazione concreta di forme di vita solidale e comunitaria tra esseri umani e con tutti gli esseri viventi, basate sull’intersoggettività e, quindi, sulla valorizzazione delle alterità e delle ibridazioni quali fattori coevolutivi del nostro ontologico “essere”.


Piero Gilardi è nato nel 1942 a Torino, dove vive e lavora.

Fondazione Centro Studi Piero Gilardi
Corso Casale 121, Torino
www.fondazionecentrostudipierogilardi.org

 

Eventi in corso:
Piero Gilardi. Nature Forever
a cura di Hou Hanru, Bartolomeo Pietromarchi e Marco Scotini
MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo
Via Guido Reni 4A, Roma
13 aprile - 15 ottobre 2017
www.maxxi.art

Torino 1966 – 1973
a cura di Bettina Della Casa
Artisti: Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Pierpaolo Calzolari, Luciano Fabro, Piero Gilardi, Mario Merz, Marisa Merz, Aldo Mondino, Giulio Paolini, Giuseppe Penone, Gianni Piacentino, Michelangelo Pistoletto, Emilio Prini, Salvo, Gilberto Zorio
Spazio -1 Collezione Giancarlo e Danna Olgiati
Riva Antonio Caccia 1, Lugano (CH)
9 aprile - 23 luglio 2017
www.collezioneolgiati.ch

L'emozione dei COLORI nell'arte
A cura di Carolyn Christov-Bakargiev, Marcella Beccaria, Elena Volpato, Elif Kamisli
Consulenza scientifica di Vittorio Gallese e Michael Taussig
GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea
Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea
14 marzo - 23 luglio 2017
www.gamtorino.it

Io non amo la natura. Pop Art Italiana dalle collezioni della GAM-Torino
a cura di Riccardo Passoni
con il patrocinio del MiBACT – Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo
Complesso Monumentale di San Francesco
ex Chiesa di San Francesco, Cuneo
27 maggio - 22 ottobre 2017
http://fondazionecrc.it/

PIERO GILARDI. Estetiche dell’Antropocene
a cura di Gaia Bindi
nell'ambito di Carrara Marble Weeks
Accademia di Belle Arti di Carrara, Aula Magna
Palazzo Cybo Malaspina
Via Roma 1, Carrara
7 luglio - 26 agosto 2017

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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