Seguimi sui Social Network

Magazine

Magazine



Archivio Magazine

 

 

 

19/11/2018

EQUILIBRIUM: LA PAX ITALIANA SUL PLURALISMO DELLA SCULTURA

 

La Galleria Mazzoleni con Equilibrium, un’idea per la scultura italiana, propone una mostra pensata ad un tempo come indagine sulla scultura e come verifica per accertare l’esistenza di un carattere locale dominante, unico e differenziato tra gli stili fondamentali. Gli autori sono tutti italiani, con l’eccezione dei due giapponesi Hidetoshi Nagasawa, stabilitosi in Italia dal 1968, e Shigeru Saito, il cui lavoro è maturato nel contatto con il nostro Paese a partire dall’incontro con Enrico Castellani.


In trasparenza, tra le opere della mostra risalta un principio formale che attraversa le epoche e si annuncia come qualità propria del classicismo nelle arti plastiche e costruttive, pur nella lontananza tra la statuaria antica e le molteplici trasformazioni della scultura contemporanea. Emancipandosi dall’arte egizia, severa nella sua simmetria, il canone greco distribuiva le proporzioni del corpo in un chiasmo che ne equilibrava le parti (alla gamba tesa corrisponde il braccio teso opposto; al braccio rilassato corrisponde il rilassamento della gamba opposta) mobilitandole nello spazio. Lo stesso dinamismo compresso, trattenuto nel bilanciamento tra le forze, tiene insieme le sculture nelle sale della Galleria, trasformate esse stesse, occasionalmente, in involucri per il contenimento dell’espansione ambientale di alcune installazioni.


Le opere si mantengono tutte entro una dimensione unitaria che riabilita la maestria dell’autore, a cui è riconducibile, senza compromessi, la loro genesi. Nel solo caso degli assemblaggi di Vincenzo Agnetti, i più eccentrici rispetto ai caratteri comuni dei lavori esposti, l’incidente e la casualità contaminano il potere dell’artista. Agnetti inciampa e cade mentre trasporta delle risme di carta. Il disordine che ne deriva diventa, tuttavia, un’occasione formale per descrivere la ricomposizione di un nuovo ordine fluttuante sulle possibilità indeterminate sorte dall’istante caotico.


In generale, raccogliendosi nella loro dimensione unitaria, ogni scultura si sottrae alla dispersione e allo sparpagliamento di materiali nello spazio delle cose ordinarie. Esse vibrano, vacillano, ma tengono la forma, si aggrappano al nucleo ordinatore, anche se, nel contempo, mostrano la tentazione opposta verso lo scivolamento incombente, uno slittamento presagito, la perdita dell’equilibrio. La staticità delle composizioni, più che dalla loro consistenza, sembra essere garantita dalla leggerezza, che le rende precarie mentre promette di sostenerle. Così avviene, nella maniera più evidente, con gli assemblaggi di Remo Salvadori, Sergio Limonta, Elisabetta di Maggio e Alice Cattaneo. Nei loro bilanciamenti vige una pace tesa che gioca con la possibilità della caduta evocandola per vezzo, quasi per seduzione fatale. La tenuta, instabile ma pervicace, della forma contrasta e corregge continuamente la sensazione che un filo si possa spezzare, un nodo sciogliere, che una sfera possa scivolare, un vetro scomporsi. Tutto rimane invece sommessamente immobile. Tra le parti risuona lo stesso sottile accordo che modula i disegni nello spazio di Fausto Melotti. Le sculture del Maestro sono filiformi non tanto per rendere trasparente una struttura, quanto perché le dimensioni del filo, dell’asta e della superficie piatta e docilmente piegata alle diverse modulazioni sono la specifica consistenza del pieno messo in rapporto con il vuoto, reso in tal modo palpabile.


Le composizioni di Nagasawa rientrano nel gruppo di opere in cui le forze meccaniche si neutralizzano a vicenda per rimanere latenti nella struttura. Ma le strutture non mostrano solamente la loro forma sorda e la meccanica che le rinsalda, letteralmente in azione nelle morse che stringono insieme le lamine di ferro del San Giovanni. La concretezza della costruzione rinvia al di là di se stessa, al principio che la informa, le forze fisiche, pur non raffigurando alcunché di vivente, si organizzano come unità organica analogamente al chiasmo della statuaria classica. Non passa, dunque, molta differenza tra l’astrazione predominante e le figure metaforiche, che riappaiono senza discordia nelle allegorie arcaico-mitologiche di Giuseppe Maraniello. A fare da cerniera tra assemblaggio e organicismo serve, d’altra parte, l’installazione Raccordo anulare di Luciano Fabro, le cui misure, proporzionate al corpo dell’artista, dimensionano elementi che riadattano il loro assetto ad ogni nuova collocazione nello spazio. Se gli anelli rimangono ancorati al corpo dell’autore, la gravità flette le aste e fa pendere le parti mobili intorno alle giunture. Così come nell’opera del secondo poverista in mostra, Giovanni Anselmo, è ancora la gravità a imporre le sue leggi naturali agli elementi. La Verticale, in questo senso, non si descrive concettualmente come asse di uno spazio cartesiano ideale e astratto. Essa esiste, al contrario, come fenomeno immanente della realtà legato alle forze della fisica naturale, che la livella materializza, senza rappresentarle, nello spazio vuoto e trasparente della lastra in perspex.
La tensione tra realtà e virtualità – ma si potrebbe di nuovo chiamare chiasmo – continua nei lavori di Getulio Alviani, Shigeru Saito e Gianni Caravaggio. Con i Cerchi progressivi, Alviani detta agli anelli lucidi e riflettenti, incastrati uno nell’altro, un algoritmo di sviluppo potenzialmente infinito, fisicamente interrotto nei limiti della scultura ma virtualmente continuo. Il cerchio tra realtà e apparenza si chiude invece negli specchi che riflettono e raddoppiano le semicirconferenze creando l’illusione dell’interezza. Le geometrie di Saito si arrestano sullo stesso limite tra materia, modularità e infinito. I punti di intersezione del solido geometrico di Gianni Caravaggio, mentre sembrano fissare le coordinate di uno spazio mentale o di un modello matematico servito per tagliare le sezioni del marmo, precipitano a terra.


Sarà dunque questo inestinguibile bilanciamento degli opposti su diversi piani la cifra dell’italianità annunciata dal sottotitolo della mostra?

 

 

 

 

Equilibrium. Un’idea per la scultura italiana
a cura di Giorgio Verzotti


Artisti: Vincenzo Agnetti, Getulio Alviani, Giovanni Anselmo, Gianni Caravaggio, Alice Cattaneo, Paolo Cotani, Elisabetta Di Maggio, Luciano Fabro, Sergio Limonta, Filippo Manzini, Giuseppe Maraniello, Fausto Melotti, Hidetoshi Nagasawa, Nunzio, Shigeru Saito, Remo Salvadori, Luca Trevisani.

27 ottobre 2018 – 19 gennaio 2019

Mazzoleni
Piazza Solferino 2, Torino

Info: +39 011 534473
torino@mazzoleniart.com

 

 

 

Equilibrium, Installation shots, Getulio ALVIANI, Shigeru SAITO, Courtesy: Mazzoleni ©Alto Piano, Fotografia A.Osio 

 

 

 

 

Equilibrium, Installation shots, Remo SALVADORI, Courtesy: Mazzoleni ©Alto Piano, Fotografia A.Osio 

 

 

 

 

Equilibrium, Installation shots, Hidetoshi NAGASAWA, Fausto MELOTTI, Courtesy: Mazzoleni ©Alto Piano, Fotografia A.Osio 

 

 

 

Equilibrium, Installation shots, Vincenzo AGNETTI, Courtesy: Mazzoleni ©Alto Piano, Fotografia A.Osio 

 

 

 

Equilibrium, Installation shots, Courtesy: Mazzoleni ©Alto Piano, Fotografia A.Osio 

 

 

 

Equilibrium, Gianni Caravaggio, Cosmicomica, 2006 - Courtesy The Artist and Mazzoleni, London - Torino

 

 

 

 

 

Equilibrium, Giovanni Anselmo, Verticale, 1966-1967

 

 

 

 

Equilibrium, Installation shots, Courtesy: Mazzoleni ©Alto Piano, Fotografia A.Osio 

 

 

 

Equilibrium, Installation shots, Courtesy: Mazzoleni ©Alto Piano, Fotografia A.Osio 

 

 

 

 

 

 

 

FLASHBACK 2018. L'ARTE NON HA TEMPO E ALTRI RACCONTI

TORINO | PALA ALPITOUR | 1 – 4 NOVEMBRE 2018
Intervista a STEFANIA PODDIGHE e GINEVRA PUCCI di Michele Bramante

 

Da sei anni, Torino è sede di un progetto che si distingue sullo sfondo del panorama fieristico – vale a dire, del mercato dell’arte nella sua modalità oggi più efficiente, è bene ricordarlo – con una fisionomia non precisamente classificabile, appassionata all’arte di ogni tempo intesa come valore atemporale nel presente perenne della contemporaneità. Flashback, dicono le direttrici Stefania Poddighe e Ginevra Pucci, «Si presenta come un atlas di cultura visiva, un insieme di opere frutto della creatività dell’uomo dai primordi ai nostri giorni nella convinzione che l’opera sia tale indipendentemente dal momento storico in cui è stata creata, e sia contemporanea perché vive del rapporto continuamente rinnovato con il fruitore. Gli espositori sono selezionati sulla base della loro ricerca e del progetto presentato nella coerenza di una sperimentazione che metta insieme mixité espressiva e temporale».

In altre occasioni ho paragonato la sovraesposizione delle fiere al rumore bianco, un campo di rumori e suoni talmente caotico e ridondante da appiattirsi su un’unica frequenza indistinta. Quando visito Flashback distinguo delle voci – e spero di continuare ad avere la stessa esperienza. So che ha a che vedere con il tempo, con il clima temperato dell’attenzione alle opere, con il guardare una seconda volta. Voi come lo spieghereste?
Crediamo che la tua osservazione sia giusta: è la stessa differenza che passa tra l’intontito vagare negli spazi della GDO (grande distribuzione organizzata, n.d.r.) a canale lungo e l’esperienza in un sistema a canale diretto dove “meno è meglio”, l’attenzione è concentrata e la fruizione cambia. E poi a Flashback, passando attraverso “l’artgate”, ci si ritrova in una dimensione atemporale, sospesa, dove l’arte è tutta contemporanea.

Qual è la costante che avete conservato fin dalla prima edizione?
L’umanità e la passione.

Cosa rende particolare questa, invece?
La diversità (tema della riflessione di Flashback di quest’anno, ispirato dal libro di Chad Oliver Le rive di un altro mare, ndr), la mescolanza, il mare.

La trasversalità storica che anima la Fiera fa pensare a quanto la critica contro il mercato intacchi solamente uno strato inessenziale della complessità dell’opera, che si può far coincidere con il momento della sua mercificazione. Manufatti tradizionali realizzati nel contesto di culture non occidentali o premoderne si affiancano alla produzione artistica più recente sulla quale si concentra spesso la polemica comunemente intessuta di accuse di provocazione o di ricerca del profitto. Il fatto che un’opera sia acquistabile non ne disintegra lo spirito, almeno non in maniera così automatica e universalmente invalidante. Qual è secondo voi il valore senza tempo, e dunque, se vogliamo, sempre attuale, contemporaneo, che rimane irriducibilmente al fondo di ogni opera d’arte? Credo che questo abbia a che vedere anche con i vostri criteri di selezione dei progetti proposti dalle Gallerie.
Vorremmo partire da quanto hai affermato: «Il fatto che un’opera sia acquistabile non ne disintegra lo spirito». Un’opera che possa definirsi tale esiste al di là del tempo e della compravendita, il mercato interviene in un momento successivo ma non intacca minimamente la complessità dell’opera, così come non lo fanno le polemiche. Un’opera è tale indipendentemente dal momento storico in cui è stata creata, ed è contemporanea perché vive sempre e comunque solo nel rapporto con il fruitore. Il vero problema sembra essere dunque a quali condizioni un’opera possa definirsi tale e non quando possa definirsi contemporanea.
Il mercato ha però caratteristiche diverse quando si tratta di lavori prodotti negli ultimi anni o di lavori storicizzati. Il tempo influisce come valore aggiunto. Il fatto che per centinaia o addirittura migliaia di anni le persone, i fruitori, di generazione in generazione, abbiano deciso che “valeva la pena” preservarne alcuni, sicuramente rappresenta un valore aggiunto. Cosicché, per quanto il mercato possa oscillare, per quanto le speculazioni possano agire, c’è un valore inattaccabile e potente che è lo status di “contemporaneità” dell’opera, status riconosciuto nel tempo e con il passare delle generazioni.

Mi fate qualche esempio con gli highlights di questa edizione?
Che dire, c’è l’imbarazzo della scelta: il Macrino d’Alba di Fabrizio Moretti, il Casorati di Fabrizio Russo, il caravaggesco Monogrammista proposto da Lampronti, il Carrà di Galleria dello Scudo, l’incredibile installazione di ritratti di Sperone, etc. Ci fermiamo, perché se l’opera vive del rapporto con il fruitore… Bisognerà visitare la Fiera.

 

 

 

 

 Stefania Poddighe e Ginevra Pucci

 

 

 

 

 

Archivio Magazine

Nalini Malani. Lo stato liquido del tempo e della violenza

Ugo Nespolo. Distrarre le stelle colorando i numeri

Aurore Valade. Identità multiple dalle collezioni messicane

Francesca Romana Pinzari. Ogni volta la fine delleternità

Giorgio De Chirico. Visioni metafisiche del nulla

Zonarte. Manuale di educazione all'Arte Contemporanea

Alves e Durham per Worldly Practices

Tommaso Tosco: la luna nel sole, la terra nell'uomo

Paolo Icaro. L'artista e lo spazio: un corpo unico

Elena Modorati e Simone Scardino: le voci della luce

Piero Gilardi: Rivolta per i diritti del Vivente

Filippo di Sambuy. Svasti: segno e purificazione

Davide Balliano: Spirali tecniche del tempo ottico

Esodi e Conflitti: in fuga per Calais, in fuga da Calais

Mike Nelson: Nell'oltremare disfatto

Eccentric spaces. L’Epos delle mutazioni spaziali

Harun Farocki. L'apoteosi del virtuale per restituirci alla realtà

Ed Atkins. Il soggetto infranto tra desiderio e fobia virtuali

Ri-creazioni: una cosmologia fotografata da Mario Cresci

Curated by(?): La collezione Patrizia Sandretto tra gusto e cultura

Giovanni Anselmo. Povero Concettuale


È peculiare all'Arte di inventare menzogne che elevano il falso alla più alta potenza affermativa. Gilles Deleuze.