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Receptum

Testo critico

LUOGO: Castello della Contessa Adelaide - Via Al Castello, 10059 Susa (TO)
DATA: dal 22-12-2012 al 22-01-2013


La materia grezza utilizzata in arte è di solito presentata mettendone in risalto proprietà comunemente note e adottata in maniera semantica per marcare un’opposizione a mezzi espressivi più collusi con la tecnologia. L’utilizzo che ne fa Silvia Ruata è, invece, inedito, mirato a sfidare le abitudini mentali dell’osservatore attraverso sottili shock percettivi che si ripercuotono in modo indefinito, ma palpabile, sul suo sistema nervoso. Normalmente sfruttata per la sua resistenza e rigidità, nella lavorazione alchemica di Ruata la pietra si muta in una membrana tesa per risuonare in strumenti musicali dal sapore surreale. L’obiettivo implicito nei suoi lavori non è però quello di aggiungere un’altra opera al mondo degli oggetti estetici destinati alla contemplazione, ma di attivare tra fruitore e opera un’interazione soffusa nella sfera esperienziale del soggetto.
Disposte frontalmente, le pietre delimitano uno spazio di raccoglimento che si chiude intorno alla presenza umana, vertice del triangolo ideale. I due menhir sembrano dapprima protagonisti di un misterioso dialogo attraverso un codice sonoro sconosciuto, asimmetrico, tanto oscuro da risultare alieno per l’estraneo visitatore. Lentamente, tuttavia, il tempo ritmico dell’arcana conversazione oltrepassa la normale comunicazione codificata scendendo verso un piano più profondo, vibratile. L’uomo prende coscienza di essere il destinatario di quei messaggi sensuali, tanto terreni e organici da divenire astrali. Il mantra lo guida verso un possibile regresso primitivo che si fonde con il piano galattico in un cortocircuito temporale innescato da questa sorta di portale armonico, dove le pietre, persa l’iniziale distanza, manifestano la loro provenienza da un’intelligenza preartistica che le ha predisposte per ognuno di noi, in equilibrio sul crinale tra il mondo sublunare e i celesti accordi.

 

 

 


È peculiare all'Arte di inventare menzogne che elevano il falso alla più alta potenza affermativa. Gilles Deleuze.