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Danza macabra

Testo critico

LUOGO: Castello Cavour - Ex scuderie - Piazza Visconte Venosta, 2 10026 Santena (TO)
DATA: dal 04-02-2011 al 06-03-2011


Se nell’arte antica la materia preziosa era chiave d’accesso sensibile per il mondo spirituale, oggi il glamour è accesso alla metafisica dello spettacolo. Nicola Bolla materializza l’alone auratico irradiato dagli oggetti che attivano la libido del consumatore di immagini, ne magnifica le forme sublimandole nella brillantezza luminosa. Le sue costellazioni ruotano in un regno ultraterreno post-barocco, dove il confine tra realtà terrena ed eteree sfere celesti non è più la volta affrescata, bensì è delineato dal diaframma dello schermo panoramico di dimensioni cinematografiche.
Tra la base del pulpito e la scena dell’oratore si instaura l’opposizione dialettica che si trova in seno alla realtà tra spazio concreto e sfera delle forme ideali. Il basamento, intermezzo fra i due ambiti, mette in evidenza la struttura povera che funziona da impalcatura scenografica, mentre illustra, sul piano metaforico, la natura artificiosa del discorso che sta per essere pronunciato e della distanza che lo separa dalla moltitudine degli uditori. Dietro, una masnada di scheletri, di ritorno dalle danze macabre medievali, inebetita, delirante e ipnotizzata dal canto retorico, intona il ritmo disarticolato dei passi alle parole-guida dell’incantatore. E’ uno strano memento mori: non ci informa della caducità della vita e della vanità delle cose terrene, bensì rispecchia la nostra morte in vita; siamo già nell’aldilà, privi di noi stessi e illusi nella nostra capacità elettiva. Il vuoto malinconico del palco lascia così sovrapporre due figure nell’unica sostanza dell’incantatore: il Leader, che prima ancora di prendere la parola deve essere già deceduto nelle finzioni del suo discorso, alienato a sé stesso nel suo programma di conquista del consenso popolare, perennemente trasfigurato nelle maschere della propria commedia; ed Orfeo, che da questo stato di morte apparente ci traduce in vita con il potere ammaliante e salvifico della sua melodia.

 

 

 

 


È peculiare all'Arte di inventare menzogne che elevano il falso alla più alta potenza affermativa. Gilles Deleuze.