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Docks912 - Piccola Box - evento

Docks912

100 anni in evoluzione

LUOGO: Docks Torino Dora - Via Valprato, 68 10155 Torino (TO)
DATA: dal 04-05-2012 al 10-06-2012


I Docks Torino Dora affascinano come un organismo vivente antico innestato nel cuore di una città che, dovendo concedergli uno spazio piuttosto che l’oblio, vedrebbe più idonea una sua fossilizzazione o una museificazione anziché il riconoscimento quale centro di attività pulsante di creatività e commercio. La resistenza che i Docks Dora oppongono è fondata sulla vitalità che, attraverso trasformazioni e ridestinazioni degli spazi, non ha conosciuto cedimenti e vuoti temporali. L’altro aspetto che presidia la sua persistenza fuori tempo rispetto alle circostanti trasformazioni urbane, è il tesoro di innovazione tecnologica sperimentata negli anni della sua edificazione, che rende l’edificio un unicum originale situato nel passaggio tra la Belle Époque decadente e lo slancio alla crescita industriale italiana nel nascente Novecento. Al di là di questa esemplarità tecnologica, di cui si farà cenno in seguito, i Docks Dora non possono essere inseriti in una narrazione storica che si chiuda con la cristallizzazione dell’area nello status di monumento. Né esemplare, né fossile, l’area dei docks è attraversata da scariche di vita commerciale e adrenalina creativa che pulsa, in alcuni casi, ad un ritmo più avanguardistico di molta riqualificazione urbana circostante pianificata su standard e modernismo modulare, dove l’immancabile centro commerciale sostituisce l’agorà o, addirittura, l’Acropoli della polis. Nascosta tra i docks, una vita estranea e sub-urbana si innerva tra scambi commerciali e dinamismo artistico vivificando l’obsolescenza della zona industriale. Senza questo vitalismo perpetuo, i docks apparirebbero come un set cinematografico per una fumosa ambientazione di lavoro proletario in un film d’epoca, stridente di ferruginosa atmosfera, pesante delle tonnellate di merci mobilitate tra i treni e i depositi da anonime figure umanoidi accelerate dai difetti tecnici delle prime rudimentali cineprese.
I Docks Dora rifuggono, quindi, da una storia monumentale o da una rassegna archivistica che documenti un capitolo di archeologia industriale, per imporsi come emblema dei cambiamenti che l’hanno attraversata in concomitanza con le trasformazioni sociopolitiche del territorio. L’analisi stratigrafica attraverso le sedimentazioni epocali deve partire dal terreno fertile dell’ultimo strato che vela e compenetra tutte le architetture del sito. Le vicende dei Docks Dora si prestano, pertanto, ad una narrazione a ritroso a partire dalle attuali ridestinazioni funzionali, risalendo fino ai motivi che ne favorirono la progettazione, la realizzazione e le sperimentazioni tecniche applicate negli anni della sua fondazione, tra il 1912 e il ‘14.
Nel suo libro Postmodernismo, F. Jameson istituisce un parallelo tra la sua periodizzazione culturale, tripartita nelle fasi del realismo, del modernismo e del postmodernismo, e i tre momenti fondamentali che scandiscono la storia delle macchine nel capitalismo secondo la visione di Ernest Mandel: “capitalismo mercantile, fase monopolistica o imperialistica e il nostro momento, erroneamente denominato postindustriale, che invece si potrebbe definire meglio come capitalismo multinazionale”, dove l’economia si muove attraverso linee di fuga transnazionali o transcontinentali fomentando, da una parte, la formazione di imprese con capitalizzazioni maggiori rispetto a quelle dei singoli Stati, e, dall’altra, una ubiquità finanziaria ambigua e sfuggente che sorvola le leggi nazionali. In questo quadro, che riflette il concetto di globalizzazione, un’industria importante e la produzione agricola intensiva vengono installate nelle periferie del mondo, costellate da quelli che la finanza mondiale denomina Paesi emergenti, mentre tutte le attività rientranti nel settore Terziario dei servizi, quali il turismo, l’informatica, l’armamento, l’automazione, la movimentazione e lo scambio di merci, la proliferazione di marchi, sono concentrati nei Paesi dalle economie più progredite.
I Docks Dora, dopo aver più volte mutato la propria configurazione d’uso durante un secolo di vita, sono oggi indice e compendio di tali manovre politiche ed economiche su scala macroscopica e globale.
All’interno del perimetro in cemento armato e mattoni si è plasmato un cosmo che non è affatto micro, poiché non si racchiude in se stesso per divenire segno di un universo più esteso. Solo ciò che è conchiuso in sé, circoscritto nella propria forma, può divenire simbolico. I Docks Dora sono piuttosto un ricettacolo di nodi, una rete dalle maglie più o meno larghe, dove le più ampie distensioni nel tessuto sociale esterno sono date dalla provvisorietà dell’uso dei locali dei Docks come laboratori per esperimenti artistici, microclimi favorevoli alla fermentazione virale dei processi creativi, ambienti di lavoro dove gli artisti non stabiliscono una sede, bensì un punto di transito per testare, convogliare e materializzare energie estetiche sempre connesse con l’universo totale delle proprie esperienze. Per un verso, dunque, i Docks Dora non possono essere un simbolo a causa della serrata aderenza al presente, troppo vicino per essere stilizzato in una rappresentazione, in un’immagine distinta. Per altro verso, non è possibile trascurare il nucleo che costituisce il tesoro monumentale di novità tecnologica tracciato dal progetto del 1912. In tale contraddizione di carattere storico, che vede la compresenza di presente e passato in un unico momento attuale, risiede l’oscillazione tra le trasformazioni che traghettano una ricchezza monumentale, ovvero, invertendo la prospettiva, una struttura solida e monumentale che custodisce il principio delle trasformazioni interne.
Accanto alle sperimentazioni artistiche, tra arti visive e gruppi musicali, diverse attività commerciali concorrono a rappresentare la svolta postmoderna verso il settore dei servizi delineata da F. Jameson. È indubbio che strutture come i Docks Dora, riconvertite, come molte vecchie costruzioni industriali in disuso, al settore del Terziario, siano un sintomo delle contemporanee riconfigurazioni globali sociali ed economiche. Ma la longevità dei Docks Dora si estende risalendo i precedenti passaggi della dialettica storica Jamesoniana. Fino agli anni ’60, vi si sono concentrate attività produttive di ogni sorta. Le dittature nazionaliste della prima metà del secolo scorso impostarono l’economia nella forma dell’imperialismo ma anche dell’autarchia, vale a dire dell’autosufficienza nella produzione di beni di consumo, escludendo la necessità del commercio internazionale e imponendo dazi alle merci provenienti dall’estero. Si può vedere qui un retaggio di quel mercantilismo che in Jameson costituiva il primo stadio cultural-capitalista della storia, e che, pur essendo una dottrina economica in auge tra il XVI e il XVIII secolo, trova nella cronica arretratezza italiana un terreno fertile per propagarsi oltre la sua canonica stagione fin dentro gli esordi del Novecento. Siamo giunti, in tal modo, agli anni che fanno da sfondo ai motivi della costruzione dei Docks Torino Dora e della loro rilevanza nella storia della tecnologia delle costruzioni industriali. Su progetto dell’Ing. Ernesto Fantini, furono destinati ad ampliare la cinta daziaria già esistente. Ma le novità tecniche applicate nella costruzione, che più sopra sono state individuate come il cuore monumentale di tutto l’apparato architettonico, furono costituite dall’applicazione, affatto avanguardistica in quanto introdotta in Europa solo alla fine dell’Ottocento, del sistema Hennebique in calcestruzzo armato, le cui evoluzioni portarono all’audacia architettonica, quasi brunelleschiana, di campate a travi intrecciate con luci lunghe oltre i 30 metri, come nella volta del cortile d’ingresso.
Ricordando il progetto del 1912 firmato dall’Ing. Fantini, si chiude la storia tracciata a ritroso dei Docks Torino Dora; una chiusura su un principio partita dall’orizzonte di un contesto vivente e attuale. La pluralità di voci che ne celebrano il centesimo anno di vita sono l’espressione di questo soggetto anfibio, massiccio e malleabile, vibrante tra memoria monumentale e presente persistente.

Docks912


È peculiare all'Arte di inventare menzogne che elevano il falso alla più alta potenza affermativa. Gilles Deleuze.